A Stresa c’è la più antica scuola alberghiera italiana, l’Istituto di Istruzione Superiore “E. Maggia”, che iniziò le lezioni nel 1938.
La dirigeva Albano Mainardi, mitico preside, professore e pedagogo che ha forgiato diverse generazioni di allievi in quarant’anni di professione.
Gli ex alunni del Maggia negli ultimi 80 anni hanno contribuito a trasformare l’Italia in un gigante planetario oltre a portare il buon nome della scuola dappertutto, dal Giappone agli Stati Uniti.
Sono stati e continuano a essere un esercito compatto e vincente di direttori, segretari, receptionist, barman, sommelier, maître e cuochi.
Il Cavaliere del lavoro Guido Maggia fondò Hospes, associazione degli allievi e degli ex allievi tuttora molto attiva. Albano Mainardi ne fu il vicepresidente fino alla morte, all’inizio del nuovo millennio.
In pratica, dedicò alla scuola oltre 60 anni della sua vita.
A Stresa rischiano di perdere il Maggia perché Comune e Provincia negli ultimi 15 anni si sono rimangiati con le motivazioni più bizzarre e imbarazzati le promesse di realizzare un nuovo plesso scolastico.
Alcuni edifici sono pericolanti. Ci sono classi costrette a bivaccare all’esterno o nelle palestre.
È una situazione da teatro dell’orrore oltre che degli errori degli amministratori pubblici.
È l’emblema di un Paese che spende miliardi di euro nel gioco del calcio e nel gioco d’azzardo online e non trova qualche milione per dare un futuro a una istituzione di cui dovremmo essere a dir poco fieri e orgogliosi.
Miopia, provincialismo, malafede sono nemici storici dell’Italia.
Facciamo in modo che siano sconfitti per il bene dei giovani, del turismo, della parte più sana del nostro Paese.
Ministri Gian Marco Centinaio (Turismo) e Marco Bussetti (Istruzione), se ci siete battete un colpo, magari in testa a qualche amministratore pubblico…

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Renato Andreoletti

La tragedia di Genova conferma una volta di più che l’Italia è un Paese fondato sulle infrastrutture (stradali e ferroviarie innanzitutto) realizzate dopo il 1945 che ci hanno consentito il salto nella modernità e ci hanno permesso di diventare uno dei Paesi più benestanti del pianeta con la seconda aspettativa di vita dopo il Giappone.
Le infrastrutture stradali e ferroviarie in Italia comportano problematiche assai più complesse e delicate che in altri Paesi a causa della natura del nostro territorio.
L’Italia è una lunga penisola collinare e montagnosa con solo l’8% del territorio costituito da pianure, posta in diagonale nel Mar Mediterraneo lungo la longitudine circondata per tre quarti da oltre 6000 chilometri di coste con le due maggiori isole del Mediterraneo, Sicilia e Sardegna.
Il 60% dei tunnel autostradali europei è stato realizzato in Italia, i ponti stradali, autostradali e ferroviari sono un’infinità, l’Alta Velocità ferroviaria transita per gran parte del suo tragitto tra Bologna e Salerno dentro le montagne. Lo stesso accadrà quando scenderà lungo la dorsale adriatica.
Nulla del genere in Francia, Spagna e Germania.
C’è da chiedersi se la privatizzazione delle infrastrutture avvenuta negli ultimi 25 anni sia stata lungimirante o se è il caso di tornare sui nostri passi e riportarla in capo allo Stato che non solo garantirebbe una sicurezza maggiore ma che ne trarrebbe anche i profitti per autofinanziare sia la manutenzione ordinaria e straordinaria che l’ulteriore sviluppo della rete per esempio verso Calabria e Sicilia, sulla dorsale adriatica, in Sardegna.
Per il turismo il tema è centrale perché ne va della sua stessa esistenza.
Un Paese non accessibile non fa turismo, idem se non è ritenuto sicuro.
Il futuro della filiera tra turismo e agroalimentare, centrale per lo sviluppo italiano, è in gioco.
L’obiettivo? Infrastrutture pubbliche garantite e industria privata concorrenziale.

Ti accade che il comportamento di un collaboratore, un fornitore, un ospite ti faccia andare il sangue alla testa?

Prima di parlare, e ancor meno di agire, imponiti una pausa di 60 secondi, il tempo che l’amigdala si calmi e il cervello cognitivo, razionale e diplomatico, riprenda il sopravvento.

Eviterai di dire e fare cose di cui potresti pentirti amaramente.

L’amigdala, che in greco significa mandorla, è quella parte del cervello umano che risale al periodo rettiliano, qualche centinaio di milioni di anni fa.

È la parte più primitiva del nostro cervello, irrazionale quanto istintiva.

È la parte più brutale del nostro essere.

Il cervello cognitivo, che ci caratterizza come Homo Sapiens, è assai più recente e data a poche centinaia di migliaia di anni fa.

Ci ha consentito l’incredibile salto di qualità che ci ha reso molto più che umani: ci ha reso civili.

Stefano Santori è una sorta di coach della mente. È stato il relatore del convegno EHMA (European Hotel Managers Association) che si è svolto a Milano al Westin Palace, nel mese di giugno.

Santori ha spiegato l’importanza di conoscere la struttura del cervello prima ancora di analizzarne il funzionamento.

Se non conosci come funziona l’hardware, rischi di fare affermazioni gratuite a proposito del software, della psicologia dell’essere umano.

Si parla di dar vita finalmente a una Accademia del Turismo dove preparare i professionisti dei vari ruoli, in albergo e sul territorio.

Splendida idea se il programma di studi comprenderà fisiologia del cervello, etologia, antropologia, storia, geografia, storia dell’arte, storia dei popoli del pianeta e della loro mentalità, scienza alimentare.

Splendida idea se questo genere di laurea sarà obbligatorio per dirigere e gestire qualsiasi unità ricettiva, b&b e appartamenti compresi. Idem per i ristoranti.

Il turismo è industria ma è soprattutto scienza applicata.

Per un salto di qualità cognitivo del turismo italiano.

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Renato Andreoletti

Egregio Signor Ministro, turismo è educazione, formazione, accessibilità, segnaletica, esperienza, memoria.

Significa educare fin dalle scuole elementari un cittadino consapevole, responsabile, informato, motivato, che conosca e condivida i valori della Costituzione della Repubblica italiana.

Che la scuola formi un cittadino che conosca storia e geografia del suo Paese e del suo territorio, che se studente delle scuole alberghiere sappia cucinare, proporre un piatto, un vino, che sappia accogliere e gestire i propri simili nelle strutture ricettive.

Che frequenti un’università dedicata ai ruoli e alla professionalità che il turismo richiede.

Che Stato, Regioni e Comuni rendano accessibile il territorio nazionale realizzando le infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali per agevolare la mobilità ma anche per disciplinarla e garantire la sicurezza attiva e passiva dei residenti come degli ospiti.

Il Sud non può continuare a essere una sorta di Far West italiano.

Un Paese cosmopolita accoglie in più lingue, si preoccupa di fornire una segnaletica al servizio dell’ospite oltre che del cittadino.

L’Italia deve svolgere un ruolo pedagogico attraverso il turismo educando facendo divertire, insegnando attraverso le emozioni.

È il valore aggiunto unico e originale che l’Italia deve assumere grazie al suo patrimonio culturale.

Siamo e restiamo il Paese del Rinascimento, di Leonardo, Tiziano, Michelangelo, Caravaggio.

Dobbiamo incuriosire e divertire con la cultura, la storia, uno stile di vita gioioso, disincantato, ma anche di grande spessore umano.

Usiamo la tecnologia più sofisticata e l’arte della parola, da Francesco a Dante a Piero e Alberto Angela.

Chi viene in Italia piange per la commozione, per la bontà del cibo, per l’eccellenza delle opere d’arte, per l’amore che spesso trova.

Piange quando parte perché vorrebbe restare.

Egregio Signor Ministro, l’Italia è un grande Paese. Merita che si ragioni in grande.

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Renato Andreoletti

A Borgo San Lorenzo, nel Mugello toscano, sul limitare del borgo storico c’è un parco monumentale che compete con i migliori musei d’Italia.

Immaginate un mezzo campo di calcio formato da un doppio rettangolo esterno di deliziosi alberi di tiglio che delimitano lo spazio centrale dove si innalzano otto giganteschi cedri del Libano piantati in epoca granducale almeno duecento anni fa.

Siedi sulle panchine del parco e respiri a pieni polmoni ossigeno, bellezza e storia.

A Fermo, nell’omonima provincia marchigiana, sul sommo del poggio attorno a cui fu edificato il borgo dai Romani che vi giunsero dopo aver sconfitto i Piceni 2200 anni fa, il parco che fronteggia la cattedrale propone cedri del libano e pini marittimi che fanno a gara per imponenza e bellezza.

I due parchi, quello toscano e quello marchigiano, dimostrano una manutenzione del parco e delle piante a dir poco perfetta, scandinava.

Con una grande differenza: in Scandinavia i cedri del Libano e i pini marittimi se li sognano.

A Fermo i Romani, già che c’erano, tra i 2100 e i 1900 anni fa costruirono imponenti cisterne sotterranee talmente robuste che parte della città vi è stata costruita sopra senza che alcuno dei terremoti che ogni tanto visitano il territorio siano neppure riusciti a provocare delle crepe.

Sono 30 sale disposte su file parallele con le volte a botte, alte anche 10 metri, e occupano uno spazio di 2200 metri quadrati.

Raccoglievano sia l’acqua piovana che soprattutto acqua di falda che arrivava dai vicini monti. Sono state dismesse solo trent’anni fa.

Ti lasciano a bocca aperta per la perizia di chi le costruì e l’incredibile resistenza che hanno dimostrato. Durante la seconda guerra mondiale furono utilizzate dalla popolazione anche come rifugi durante i bombardamenti aerei.

Quale altro Paese al mondo può proporre una simile messe di ricchezze sparse sull’intero territorio?

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Renato Andreoletti

Langhe e Roero sono un territorio piemontese famoso nel mondo per la produzione di Barolo e Barbaresco, vini pregiati prodotti con uve nebbiolo.

Nel 1992 questi territori offrivano 1150 posti letto, il Comune della Morra 60. Nel 2018 siamo arrivati a un’offerta di 12.000 posti letto, il Comune della Morra ha raggiunto quota 500.

L’offerta ricettiva si è qualificata a mano a mano che i flussi turistici si irrobustivano ogni anno di più, dall’estero innanzitutto.

Il balzo in avanti di Torino, dopo le Olimpiadi invernali del 2006, ha valorizzato l’intera area piemontese all’insegna di un turismo enogastronomico che integra natura e cultura.

L’imprenditoria langarola e del Roero si è dotata di cultura enologica (Scuola enologica di Alba), gastronomica (Università gastronomica di Pollenzo ideata da Carlin Petrini) e alberghiera grazie alle scuole professionali da sempre attive nel territorio.

Napoli nel 2017 ha pressoché raddoppiato i suoi flussi turistici, con gli stranieri come motore di questo sviluppo.

Gli stessi napoletani (un po’ come i milanesi più a Nord) sono ancora stupiti di questi risultati.

Imprenditori locali stanno investendo massicciamente nella ristrutturazione o nell’apertura di nuovi alberghi.

Molti giovani si sono dedicati al settore extralberghiero.

La nuova metropolitana e l’orgoglio per le eccellenze culturali ed enogastronomiche della città hanno aiutato non poco.

Nel 2017 abbiamo raggiunto i 39 miliardi di euro di incoming (erano 29 miliardi di euro nel 2008), in realtà superano i 43 miliardi di euro se si tiene conto dell’evasione fiscale.

Siamo ben oltre i 150 miliardi di euro come fatturato diretto e indiretto del settore, che a sua volta è un moltiplicatore per tutte le attività che ruotano attorno al turismo, dall’edilizia all’agroalimentare, dall’artigianato alla tecnologia.

Chiunque ci governerà, ne tenga conto.

L’Italia riparte da noi.

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Renato Andreoletti

“…la mattina dopo, per tempissimo, trottammo per vie impraticabili e qua e là paludose fino ai piedi di due belle montagne, attraversando canali e ruscelli e incontrando bufali dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi selvaggi e iniettati di sangue.”
W. Goethe

« Chi navighi il golfo, da Posidonia, vede l’isola di Leucosia, a breve distanza dalla terraferma, il cui nome prende da una delle Sirene qui caduta dopo che esse, come si racconta, precipitarono nell’abisso del mare. »
(Strabone. Geografia (Libro VI, 1, 1))

Nicola Guariglia è un omone di due metri di altezza dotato di un’energia fisica inesauribile, una passione contagiosa per il suo territorio, una simpatia umana travolgente. Nicola si occupava del commercio di materiale elettrico. Nel 2007, uscito di casa, scese al porto senza alcun motivo, come per ispirazione (in zona c’è l’isolotto di Leukosia, una delle tre sirene di Ulisse…). C’era una barca in vendita. L’acquistò e si trasformò in una guida turistica. Mai colpo di testa fu meglio ispirato. Nicola è diventato una sorta di deus ex machina del Cilento. Mettersi nelle sue mani significa scoprire il Cilento, il suo mare, le sue coste, l’entroterra in un susseguirsi di scoperte, emozioni, avventure. Nicola ti porta nella tenuta Vannulo, azienda agricola biologica certificata Icea. “Coltiviamo i foraggi necessari all’alimentazione delle nostre 600 bufale. Ognuna di loro viene curata solo con rimedi omeopatici” ti spiegano. Le bufale sono allevate in lunghi capannoni senza pareti perimetrali, sono massaggiate da grandi spazzole rotanti cui si sottopongono volontariamente con grande diletto, entrano da sole nel box individuale dove il laser guida la mungitura automatica (i robot di mungitura permettono all’animale l’autogestione con ritmo di vita più naturale e meno stressante), l’estate si sottopongono più che volentieri a docce rinfrescanti sempre automatiche, dormono su materassini in gomma cullate dalla musica, sembra di essere in un centro benessere anziché in una stalla. Da visitare per crederci. La lavorazione della mozzarella avviene interamente a mano esclusivamente con latte aziendale e a vista dei clienti che seguono le operazioni da dietro un vetro. Oltre a mozzarelle di bufala che piangono e fanno piangere di piacere, yogurt, budini, gelati. Un negozio propone prodotti di grande artigianato ricavati con le pelli degli animali passati a peggior vita. Il museo dell’azienda propone attrezzi e utensili di varie epoche, di uso quotidiano, ospitati in un museo permanente della civiltà contadina. Pullman di turisti e scolaresche affollano l’azienda tutto l’anno, soprattutto la mattina quando avviene la produzione a vista delle mozzarelle. E’ anche un modo per degustare i prodotti aziendali accompagnati a piatti semplici preparati con le verdure dell’orto coltivato all’ingresso della sala degustazione. Guai a non prenotare.
Amate il vino e l’olio d’oliva? Nicola vi porta dalla famiglia Marino che coltiva da generazioni, in Agropoli, un’autentica passione per il vino, nel pieno rispetto della natura e delle regole che essa impone. Fu negli anni ’70 che Lorenzo Marino, geometra, diede inizio alla produzione di vini con pregiate uve ottenute dai vigneti di proprietà in località Moio ad Agropoli. Nacque così, nel 1977, l’azienda agricola Marino e dopo tre anni fu imbottigliato il primo vino “fonte del saraceno”, un rosso da tavola da uve di aglianico. Oggi è Raffaele, il figlio, che guida l’azienda di famiglia che si estende su 30 ettari, la metà coltivati a vigneti, l’altra metà coltivati a uliveti. Nell’attività aziendale è coadiuvato dall’intera famiglia: la moglie Assunta, i tre figli Lorenzo, Francesco e Raffaele jr. Nel 2016 l’azienda ha aderito al programma di agricoltura biologica. Una visita alle cantine, una passeggiata tra i vigneti, e soprattutto una sosta con il solo canto delle rondini come accompagnamento per poter degustare i vini dop firmati Marino abbinati ai prodotti tipici della zona: formaggi, salumi, ortaggi di stagione, bruschette con il genuino olio extravergine di produzione propria.
Nicola ti porta a scoprire Castellabate, antico borgo fortificato nel 1222, quando il mare era infestato dalle nere vele saracene. Per capire i tempi: era ancora vivo Francesco di Assisi che solo tre anni prima si era imbarcato per la Palestina (era in corso la quarta crociata), giunse a Damietta d’Egitto dove ebbe un lungo, cordiale colloquio con il sultano, che lo rimandò a casa sano e salvo. A Castellabate ti ritrovi su un cocuzzolo a quasi 300 metri di altezza, il mare sotto i tuoi piedi. Nessun saraceno si è mai provato a conquistare l’invitto castello. Nel 2010 lo hanno fatto Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Maria Flagello, Nando Paone, Giacomo Rizzo, Nunzia Schiano, Riccardo Zinna, Salvatore Misticone, una banda di allegri saraceni capitanati da Luca Minieri, il regista del film Benvenuti al Sud, il film girato pressoché interamente tra Castellabate e la spiaggia ai piedi del paese. Il film ha fatto scoprire Castellabate, oggi diventato una miniera per il turismo cilentano, e ha sanato un’antica rivalità tra il borgo fortificato (de hura direi io che sono bergamasco) e quello in riva al mare (de hota…). Il Comune in passato aveva gli uffici vicino al castello. Poi si sviluppò la piana, una volta bonificata dalla malaria che l’impestava da sempre. I contadini del piano trovavano a dir poco scomodo doversi arrampicare (perché la strada e i viottoli sono particolarmente ripidi) fino al borgo superiore. Pare che una notte i villici del piano siano saliti fino al castello, abbiano forzato le porte e svuotato il Comune portando tutti gli scartafacci al piano. Da allora le due comunità si sono date le spalle finché Bisio e soci li hanno resi famosi e hanno sanato i conti con il passato. Vicino al castello c’è anche la targa che riporta la frase di Gioacchino Murat (all’epoca re di Napoli) “qui non si muore”, detta durante un suo breve soggiorno nel 1811, che nel film risulta parzialmente coperta da un’edera che ha nascosto la parola “non” terrorizzando ulteriormente il nordico Bisio esiliato al sud a dirigere un ufficio postale, convinto di essere giunto in mezzo a un popolo di selvaggi. Nel film francese di cui quello italiano è stato un remake, la frase finale dice: qui si piange sempre due volte, quando si arriva e quando si parte. Nicola ha modificato la frase: qui si piange tre volte, quando si arriva, quando si parte, e quando ci si pesa tornati a casa…
Nicola è più conosciuto in Scandinavia che in Italia, quando vuole stupire i suoi ospiti li porta a casa sua dove sua madre prepara la pasta fresca davanti agli ospiti. Il passaparola è diventato l’elemento vincente di questo ragazzone infinito che quando meno te lo aspetti si mette a cantare da tenore.

Una visita alla Electrolux di Pordenone mi ha regalato una istantanea reale del Paese in cui viviamo.

Pordenone è l’ennesima deliziosa gemma urbana italiana incastonata tra la pianura e le montagne dove percepisci un’elevata qualità della vita nel bozzolo di una storia antica pulita, ordinata, conservata con grande scrupolo da un popolo che ama la bicicletta più dell’automobile.

Electrolux è una multinazionale planetaria con il quartier generale della holding a Stoccolma e quella di Electrolux Professional a Pordenone dove ci sono anche grandi stabilimenti di produzione all’insegna della Qualità Totale, del Just in Time e dello Zero Difetti nella produzione, di un’ossessiva attenzione alla sicurezza attiva e passiva delle 1000 persone che vi lavorano, di reparti di Ricerca e Sviluppo che garantiscono il presente e il futuro dell’azienda, di un orgoglio di appartenenza e condivisione di valori che respiri nell’aria e percepisci in ogni relazione umana che ti accade di vivere anche solo per un momento.

Electrolux Professional produce un fatturato di 650 milioni di euro, la holding di diversi miliardi, all’insegna di continue innovazioni tecniche e tecnologiche che aiutano il lavoro in cucina come nelle lavanderie degli alberghi (il settore di cui si occupa Hotel Domani) all’insegna dell’efficienza, dell’ergonomia, della sicurezza, di una bellezza estetica che è sinonimo di Italia.

100 anni fa queste terre erano appena state travolte dalla rotta di Caporetto nella quale perdemmo un’intera armata, con 100.000 italiani finiti nei campi di concentramento asburgici dove avrebbero sofferto la fame e il freddo per un anno, con le popolazioni locali disperate e in fuga, con le nostre truppe arretrate sul Piave dove non avevano alcuna certezza di riuscire a resistere.

Era, il nostro, un Popolo di analfabeti, di emigranti, con un’elevata mortalità infantile, con un’elevata mortalità delle puerpere, con pochi anziani.

Ne abbiamo fatta di strada da allora, e ne stiamo facendo.

Mai dimenticarlo!

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Renato Andreoletti

Strano Paese il nostro che pare aver smarrito il senso della storia e di un destino comune.

L’economia è ripartita, con luci e ombre, ma è ripartita.

L’export viaggia a mille.
Il turismo va a gonfie vele tanto che si discute su come ridurne l’impatto nelle destinazioni più frequentate e spalmarlo meglio sul territorio nazionale.
Nel 2017 la spesa turistica internazionale è stata di oltre 1.100 miliardi di euro.
Noi da soli ne abbiamo incassati 37 miliardi. Erano 29 miliardi nel 2010.
Sono oltre 100 miliardi compreso il mercato interno.
Sono oltre 150 miliardi se calcoliamo l’impatto sulle aziende fornitrici.
Vetrine internazionali come TTG a Rimini e BTO a Firenze ci inducono da anni a un ottimismo razionale, pragmatico.
Sono ripartiti gli investimenti edilizi nel settore, per alberghi nuovi, per importanti ristrutturazioni.
Devono ripartire anche gli investimenti sulle Risorse Umane.
Ci vuole un’Università dedicata al management turistico.
Ci vuole la certificazione garantita della qualità di alberghi e ristoranti.
Siamo un piccolo Paese con un’immensa Storia.
Non è un caso che l’Umanesimo sia nato proprio in Italia.
Siamo i custodi di un patrimonio storico e culturale unico quanto originale.
Valorizziamolo meglio e vivremo anche meglio, più sereni, meno stressati.
Molti diplomati e laureati vanno all’estero.
È uno spreco ma è cosa ben diversa rispetto a quando i loro nonni e bisnonni andavano all’estero con la valigia di cartone e senza alcuna istruzione.
Molti di loro torneranno, più forti e consapevoli rispetto a quando sono partiti.

L’Intelligenza Artificiale rivoluzionerà il pianeta.
Il suo cuore sarà pur sempre umano perché l’intelligenza è universale, o non è.
Turismo sostenibile, mobilità dolce, biodiversità alimentare, musei multimediali, università.

La Civiltà del Turismo è la grande sfida del futuro prossimo.

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Renato Andreoletti

A Siena nel 1309 fu redatta la Costituzione Senese in lingua volgare, perché tutti potessero leggerla. Vi era scritto che chi governa deve avere a cuore “massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”.

Nella lombarda Ponte di Legno (1257 metri di altezza), in Alta Val Camonica, ai piedi del Passo del Tonale (1883 metri di altezza) che la divide dal Trentino e dal Val di Sole, hanno organizzato un concorso a inviti per la realizzazione di un nuovo, prestigioso complesso termale. L’investimento è di 30 milioni di euro.

Una giuria super partes ha valutato cinque progetti di studi di architettura italiani di fama internazionale: Marco Casamonti e Giovani Polazzi di Archea, Camillo Botticini e Francisco Mangado, Michele De Lucchi, Piero Lissoni, Cino Zucchi.

È stato scelto il progetto di Archea. Verrà realizzato entro il 2020.

Committente è la Società Impianti Turistici Ponte di Legno (SIT), società per azioni con capitale misto pubblico/privato. Ha per oggetto “la costruzione, l’impianto, il funzionamento e la gestione di seggiovie e impianti analoghi, nonché strutture sportive in genere per la zona di Ponte di Legno, Temù e l’Alta Valle Camonica”.

Fanno parte di SIT la Provincia e la Camera di commercio di Brescia, 5 Comuni del comprensorio, soci privati.

Con questa iniziativa Ponte di Legno diventa una destinazione turistica internazionale a tutto tondo facendo conoscere la Val Camonica e l’antistante Val di Sole, in Trentino, oltre il Passo del Tonale, utilizzando strumenti di autofinanziamento tipici del settore industriale tradizionale al servizio però della nuova industria del benessere, della conservazione e protezione del territorio, dello sport e del relax.

Il modello SIT andrebbe diffuso in tutto il paese.

È un modello vincente perché inclusivo nei confronti del territorio.

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Renato Andreoletti

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97° Semestrale Castellabate 13 - 14 - 15 Aprile 2018
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